(4 settembre, 2013. H. 20:45. Porto di Chios)
Ne esce di roba, mentre l’equipaggio della Ertürk fa manovre per l’attracco, lancia cime e grida cose che non capisco se in turco o se in greco, ne esce di roba come la mastica dal lentisco, che i contadini dicono pianga mentre fanno la raccolta del prezioso liquido, escono grida, saluti dalla banchina, escono auto e motorette dalla nave spalancata, e da me, anche oggi, la paura di non ricevere la giusta accoglienza e di ritrovarsi a dormire all’addiaccio sotto le frasche di lentisco, col mastice che mi cola nei capelli. Saremo una quarantina di passeggeri, massimo cinquanta, quasi tutti sanno dove e da chi andare. Io, come da bimba quando mia madre arrivava per ultima dopo una recita, dopo una lezione, o non arrivava per niente.
E mi toccava avviarmi da sola.
Piccola (I)sola alla deriva.
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Quando cerchi una persona che non conosci alla fine la riconosci se anche lui cerca te che non conosce. La faccia del mio dascalo è tonda, impaziente, vagamente sorridente, direi allegra.
Lo chiamo, ci azzecco, sorrido, espiro, e mi dichiaro “discharged”, rilasciata, liberata, espulsa , scaricata.
Accolta.