Grazie, Roma!

Roma è la città che di me ha visto più versioni, dai miei 10 anni fino ad oggi almeno un paio di aggiornamenti ogni decennio.
1975 : primo viaggio importante senza i miei appresso, in veste di accompagnata e di accompagnatrice, ci ero andata con mia nonna Rosa, la contafavole della mia vita in erba, per l’Anno Santo in questione. All’epoca ero fanatica di storie di morti cruente illustri, amavo l’agiografia, intrattenere anziani in viaggio, e collezionare reliquie. Per quel viaggio ebbi in regalo la prima valigia, la ricordo come fosse ieri con ombrellino retrattile abbinato.
1983 : anno della maturità, ci sbarcai con il mio membro interno (in tutti i sensi… ) della commissione d’esame. Girovagammo per Termini fino alle 3 di mattina, quindi ci si andò a infilare in un albergaccio dei paraggi, e ancora ricordo la mattina dopo in un bar affollatissimo il barista che dà il suo da undici a un milanese indispettito (oggi diremmo imbruttito) che pretendeva di avere diritto di precedenza perché ciaveva il treno …
“L’artri ‘nvece cianno er cavallo”, era stata la risposta del tizio.

Il gentleman di questo video è un brillante esempio di umorismo dell’urbe che dai tempi di Plauto sgorga
spontaneo senza affettazione né premeditazione.


Fine estate 1990: ecccomi a una festa sull’Appia antica con colui che sarebbe diventato l’amore della mia vita, oltre che personaggio (tragico ma non principale) di un romanzo che spero di finire prima di morire o prima che i tendini della mano destra diano del tutto forfè. La scena che si fa largo nella testa potrebbe intitolarsi, Quelli eran giorni sì (vabbé)… dove i puntini di sospensione sono però da intendere in modalità binaria: felicità all’ottava potenza su un lato, di quella che ti scuote e leva il sonno; senso di inquietudine e smarrimento dall’altro, una voce sottile quasi impercettibile ma insistente che ti si appiccica all’orecchio,
Non lo fare, Sonia non lo fare. . .
Quello che sto facendo alla festa sull’Appia antica in preda allo scuotimento che mi percorre dai capelli ai piedi è saltare dalla stanza del dj set all’angolo dove il mio bello se ne sta rintanato, leggermente immusonito, muto, senza che gli si riesca a cavare più di tre parole massimo quattro…
Smetti, Sonia , smetti . . .
Non ce la possono i miei capelli, che sono tanti e non si riesce a contare…
C’è un Intercity comodo comodo domani pomeriggio, in serata sei a casa.. . .
Non ce la possono i drink che gli faccio preparare e recapito per-so-nal-men-te,
non ce la può niente!
Arrangiati, io ti avevo avvertito . . .

La scena sarà destinata a ripetersi nei due decenni a venire con frequente e impietosa cadenza, pur non vietando all’Urbe l’onore di vederci l’anno successivo a fare porcate per i suoi vicoli, a pomiciare in agosto sugli Spanish Steps, a riempire calze befanesche di un metro e mezzo in piazza Navona per la nostra pargoletta di tre anni, a ballare non ricordo più in quale discoteca afroamericana fino all’alba, a collassare anni dopo alle 4 del mattino di un Capodanno al cinema Azzurro Scipioni dopo una maratona di 10 fra i 100 film cult più belli di tutti i tempi, da vedersi non stop dalle 22 alle 10 del giorno seguente (con pausa brindisi di mezzanotte).


La me che non c'è più. Per fortuna la scrittura mi è sopravvissuta per testimoniare che sono esistita.

Anno 2000, inizio del declino: e Roma mi vedrà di nuovo fra i banchi di scuola, nel tentativo di risolvere la frequente e feroce alternanza bellico-amorosa con una Full Immersion di scrittura creativa (Cliccate sul link se vi interessa saperne di più). Nella foto però non sono a Roma, ma a Sedona, AZ, e quello che vedete spalancato è un laptop di seconda mano vinto alla roulette di un casinò di Las Vegas. Dove il conflitto bellico ha avuto il suo epilogo. Tragico. La foto parla della me che non c’è più. La scrittura per fortuna mi è sopravvissuta a testimoniare che invece c’ero.

<Ciao mamma, sei arrivata? Oggi daddy mi porta al parco acquatico dove ti fanno cavalcare i delfini… com’e’ il tuo albergo, ce l’ha la piscina?>
La trezerouno e’ di uno squallore senza pari, al confronto S. Vittore si piazza ex-aequo col Centro Benessere Messegue’. La finestra ha la tapparella con la manovella, il lettino e’ contro il muro e ha la radio incorporata nella testata. E ovviamente non si puo’ fumare e l’aria condizionata non c’e’. In compenso c’e’ un crocefisso taglia extralarge sopra lo scrittoio di formica e un mazzolino di violette di campo sul muro di fronte. Mollo la borsa e il computer sul lettino... Quindi in bagno, a controllare la situazione: specchio a mezzobusto, e non ci lamentiamo, gli asciugamani sono formato A4, perche’ le sorelle si lavano a pezzi, il bide purtroppo e a lato del water, non di fronte. Merda. Che io se non spingo, non vado e dovrò quindi mettermi di traverso. Fortuna che nel frigo bar c’è l’acqua Fiuggi (...)



E comunque Grazie, Roma!


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Non viaggiamo per sfuggire alla vita, ma perché la vita non ci sfugga.

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