Hotel ‘Na trajedia

Nel senso che l’hotel si chiama così:

Hotel Natraj oh yes, please!

(che liberamente tradotto verrebbe, tipo, Natraj-edia, oh yes, ti prego!).

E l’ex-pilota ne guarda sgomento la facciata davanti alla quale il secondo tassista ci ha lasciati, asfalto più consunto del precedente, cordate di fili elettrici che corrono su e giù da tutti i lati (coi topi che ne imitano la corsa); venditori ambulanti, profumo di soffritti speziati, polveroni e vacche che brucano (cosa non si sa) sui cordoli dei marciapiedi corrosi dal tempo: la location è un giusto compromesso fra Baghdad post-guerra-del-golfo, e Porta Portese nell’ora di punta.

Due del personale in pausa pranzo.

All’interno si avverte un’aria da unità di crisi, la temperatura è sui 10 gradi, io col piuminetto da 200 grammi, quello delle mezze stagioni che speravo almeno in India esistessero ancora, mentre …
Namasté, Namasté… !
(Che Shiva ci accompagni.).

Se cliccate su ogni foto si visualizza meglio (no, lo dico perché ci ho messo una vita a imparare sto passaggio, WP non è affatto semplice da usare).

Per Aristotele assistere alla rappresentazione di una trajedia era un esercizio terapeutico, in quanto poneva lo spettatore di fronte a fatti sanguinosi, luttuosi, nefasti, e per questa via gli dava la possibilità di provare sentimenti di compassione: la catarsi. Ovvero la purificazione dalle proprie passioni, “sublimando” e ponendo in qualche modo rimedio alle angosce quotidiane. 

Che alla fine è per me il senso profondo del viaggio, il motore che mi spinge ad andare sempre a vedere cosa c’è un po’ più in là.

E il vostro, qual è?

Comments 5
  1. Ammirando le notevoli e impressionanti foto del tuo incredibile viaggio, rifletto sul tuo grandissimo spirito di avventura…. ammirevole. Io riconosco il mio limite al voler conoscere “proprio tutto” e rafforzare la consapevolezza di preferire situazioni meno strong e decisamente più confortevoli. Un pizzico di invidia in questo tuo coraggio lo ammetto.

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