Travel, trouble

So…

“When in Rome do as the Romans;
when in Delhi, do as the Indians.”.

Questo è un proverbio molto in voga fra i travellers anglosassoni, che qui viene a dirci quanto lamentarsi in viaggio e recriminare sentendosi a credito o migliori del popolo ospitante sia inutile; invocare diritti che ci siamo accaparrati solo perché si è pagato un biglietto aereo salato, un’agenzia, un resort, un booking.com, non serve a nu caz’:
Serve agire!

Ed eccoci, io e il mio amico lamentone ex-pilota, cui i diritti sopracitati stanno molto a cuore, salvo poi non darmi retta (gliel’avevo detto di prenotare un taxi “serio” dentro l’aeroporto), eccoci a cercare di capire per quale motivo il tassista invece di portarci a Lakshmi Narayan Street, di fronte all’Imperial Cinema, zona Chuna Mandi, quartiere Paharganj, ci ha scaricato in questo budello non bene identificato.
All’interno una stanza lunga e stretta coi soffitti bassi, una sfilza di altarini con assortimento vario di Dei più o meno antropomorfi sulla parete di sinistra; sulla destra tre scrivanie in fila e una in fondo, separate da mezze pareti in plastica, e seduti a ciascuna di queste alcuni tizi che discutono con dei turisti. A noi ci tocca la scrivania in fondo, dove un tipo dal sorriso di burro ci fa segno di accomodarci, Prego prego… Please please.

Parlo io che il mio companion con l’inglese troppo a nozze non va (presente come parlavano i piloti dell’Alitalia quando facevano gli annunci?), e chiedo spiegazioni.
Why no go to hotel?
E la spiegazione è che dove vogliamo andare noi andare non si può. No possible.
Aah?
Naa!
Why?
E il motivo assomiglia a una roba tipo protesta in corso con polizia e camionette e barricate.
Ma… Sparano? (gli traduco la domanda del mio amico).
E lui spiega che no, ma che quella è zona di slum, veri dengeross, no good for you, better change.
Ma noi abbiamo prenotato e pagato da un pezzo (ancora l’amico).
E il tipo a tranquillizzare che No problem, che al refund ci pensa lui, e il compagno-pilota che ci crede pure e gli dà corda…
E’ arrivato il momento di agire e se permette faccio phone call to hotel, così sentiamo il bilancio di morti e feriti, e se è il caso di cambiare quartiere.

Giorni fa su una bella rivista che il CAI manda mensilmente ho letto una cosa molto interessante che fa da commento a questo episodio iniziale del mio viaggio in India, dice:

Sopravvivere a qualcosa di rischioso è rinascere, resuscitare la vitalità di corpo e mente assopiti nelle nostre esistenze dominate dal principio di apparente sicurezza.

E bon, non si è certo trattato di un episodio rischioso, ma una cosa me l’ha fatta capire: il mio travelling companion, oltre che esigente e lamentone, è molto, ma molto assopito.
Io invece comincio a divertirmi!

Viaggiare. In inglese ha una etimologia interessante. E’ un verbo che ha viaggiato parecchio. Proviene dal middle English travelen, alterazione di travail, dal francese travailler, il quale a sua volta ha origini nel trepalium, che in latino indicava uno strumento di tortura. Un tempo mica c’era l’Alpitour? e viaggiare poteva essere un vero travaglio. Travel è imparentato anche con lo spagnolo trabahar. Viaggio uguale tribolazione. Altro che vacation!

Interno del nostro taxi

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