Tutto perfetto (fine)

Ignora, la mia dottoressa preferita, che io il dolore ho imparato a tenerlo a bada.

Un racconto
di Sonia Pendola

Dica lei quando…

Quando il mio grado di tolleranza è giunto al massimo, la mia curandera apre la valvola in uscita e inverte il flusso.
Guardi, guardi …
E mi incita a guardare nella finestrella della macchina disgorgatrice, un po’ come il dottor C. quando mi perlustra le tette alla ricerca di grumi sospetti poi me li indica sullo schermo dell’ecografo e fa, Ma questo è nuovo o c’era già? E io sempre mi volto di lato, ché non voglio guardare, mi prende lo scanto.
Guardi, guardi… quant’è lungo codesto!
Oggi però non ho paura, solo imbarazzo, e sinceramente anche un po’ di schifo, Mi fa senso, le dico, non mi va di guardare.
Ed è qui che succede questo fatto che mi stende. La dottoressa T. si fa seria seria e pronuncia cose che non avevo mai sentito dire prima a nessun medico in tanti anni né a psicoterapeuta in svariate sedute (vanto un’ampia conoscenza del settore), men che meno a mia madre durante i siluramenti della mia infanzia.
Ma senso in che senso? mi domanda, e intanto continua a armeggiare con le manopole e io pure mi faccio seria e le dico, Senso nel senso che mi disgusta un po’ e un po’ mi imbarazza che lei debba vedere, le dico. Al che lei si fa una risata a trentadue denti che poi glissa in una specie di bonario ammonimento, qualcosa a cui non avrei mai pensato; a quanto pare non l’ho mai capita questa cosa che sta per dirmi mentre fa su e giù con la testa guardando nella finestrella, dunque l’ascolto concentratissima, contorcendomi un po’ ma sempre girata di lato, mentre mi dice che io alle mie feci devo volerci bene.
!?
Proprio così (e fa su e giù con al testa).

Non si deve imbarazzare (e fa segno di no con la testa)

La cacca deve sentirsi amata, sennò poi ci fa’ veni’ i problemi. 

‘ardi questo che meraviglia!
Per farla contenta ruoto allora la testa di 45 gradi.
Guardi che roba, guardi qua! e giù complimenti a questo mio primo lungo “treno di scorie” in arrivo, come lo chiama lei.
Mi faccio forza e guardo, voglio dare un affettuoso addio alla merce ingombrante che finalmente si stacca da me e…
… e vedo!
E mi viene quasi una sincope perché sul primo convoglio in transito ci vedo … Tano!

C’è Tano che apre la porta del bagno, la spalanca, entra, e la Maria dice un minutino, ancora un minutino, trattieni, e io trattengo, al contrario di lei che non ce la fa, non riesce a reggere lo sconforto e la rabbia per l’ennesima cena finita contro i vetri, perché poi sempre tocca a lei raccogliere i cocci e scusarsi con la signora P. del piano di sopra che va a lagnarsi con la padrona di casa, ma poi le lagne diventano grida alle quali lui risponde scagliando altre grida che non colpiscono la Maria, nossignore! colpiscono me! Sono io il bersaglio, è con me che se la prende, me che sfotte, così che la Maria mi sbatacchia per agitargli contro le mani, quindi si alza, e dimenticando che stavo trattenendo, mi molla sul cesso e gli si lancia contro, e lui alza le sue grosse manone, le si avventa, le grida: Scimunita falla finita sennò qua male finisce, male finisce…!
E io nemmeno reggo più, e svacanto tutto il mio Ade nella tazza, che sempre mi spavento perché non sono io a volerlo, è una forza estranea che sale da dentro, e che però non capisco di preciso da dove, è prepotente e mi sconquassa i budelli, e mi fa male, mi fa sudare, e l’ultima cosa che vorrei sentire è Don Tano che dice, Guarda lì, manco di cacare è capace! Allora io piango e chiamo la Amelia, ma lei non c’è più, Giovanni è scomparso da un pezzo, se li sono portati via le reciproche sfighe, a seguire Don Tano, tutti finiti nell’Ade, e adesso eccoli lì che mi guardano dalla finestrella, mentre i miei treni-merci se li portano via. La dottoressa T. sorride benevola, fa su e giù con la testa, mi massaggia la pancia come faceva la Amelia quando ancora non aveva lo zito e dormiva con me. Mi chiede, vado? Apro? e io rispondo di sì, e apro il transito ad altri convogli. A mano a mano che i treni passano e se ne vanno io capisco che li vorrei tenere dentro ancora un po’, perché è il solo pieno che mi è dato di avere, questi vagoni merci di merda, avanzi di una vita svuotata di affetti e di senso.
Ohimmena, sente dolore? indaga la mia dottoressa preferita, ignorando che io il dolore ho imparato a tenerlo a bada, anche se adesso non riesco più a trattenere niente, lacrime e merda premono per uscire, e allora lascio andare, lascio passare altri convogli fino a quando l’acqua esce chiara, trasparente, e tutto è lindo e pulito, e lei dice che per oggi basta così. Che ci sta qualche treno sia rimasto da qualche parte, fermo su un binario morto, ma che per essere la prima volta va bene così, dice lei, si staccherà anche quello prima o poi, magari si ripete l’operazione a Natale.

*

La gentile receptionist dell’Hotel delle Terme al telefono mi ha chiesto se mi unirò a loro per la cena, senza specificare loro chi, e la rara eleganza con cui me l’ha domandato mi ha fatto per un attimo dimenticare che la cena non è inclusa nella non proprio cheap tariffa della camera, così d’acchito ho accettato, Con piacere! In più non avevo altri impegni. Avevo messo in conto di saltare il pranzo e di dare al mio intestino tempo di riprendersi un po’, quindi ci avrei dato dentro la sera, dopo una bella nuotata nella piscina calda coi giochi d’acqua nascosti qua e là.
E ora son qui con una fame che non ci vedo. Chiamo la Maria e le dico, indovina cosa mangio per cena?
Ma la mia non più giovane madre non riesce a capire che gusto ci trovi a pranzare da sola, figurarsi viaggiare. Non sa che ovunque vado io trovo una famiglia, ad esempio qui sedute con me ci sono Elise e la Signora Cleveland con la sua compagna, ed è con loro che condividerò la cena. Guarda Maria Anna, mi vedi? Io pure, devo tutto questo alla mia filosofia, alle lotte infinite e infiniti ammutinamenti dai quali sono sempre riuscita a uscire non dico indenne, ma sempre più viva di prima, forse un po’ aggrumata, ma viva! E mentre annoto quest’altra riflessione ecco un raggio di sole farsi strada e rischiarare uno spicchio del piccolo cimitero qua sotto, cara signora Cleveland che sei venuta a rifugiarti fra queste montagne, scappando da un fratello ingombrante (aveva ragione Wikipedia), presidente particolarmente portato a scatenare depressioni non solo economiche.
Mi arrendo, dice la Maria, che di conigli alla cacciatora da tempo non ne cucina più. Allora le scatto una foto e gliela invio, e lei risponde con un pollice all’insù e un Buon appetito.
Forse per la prima volta, riuscirò a gustarlo come si deve.
E speriamo a cacarlo domani.

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Comments 2
  1. Quanto male riescono a creare alcuni comportamenti. Quali danni. Una rappresentazione molto bella. Il dolore non scorre, si annida, viene a galla, avvelena.

    1. …il lato fantastico (del corpo) rispunta ostinatamente fuori a dispetto di ogni sforzo per sopprimerlo.
      Gonzales-Creussi’, Organi vitali

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